martedì 26 febbraio 2013

California here we come!


Qui lo dico, qui lo ammetto: sono una fanatica di telefilm americani.
Sono preparatissima, competentissima per cui fatemi una domanda su Beverly Hills, Gossip Girl, The Vampire Diaries, Hart of Dixie e saprò sciogliere ogni vostro dubbio. Anche questa è una delle cose banali del mio essere di cui vado molto fiera.
In particolare da ragazzina adoravo Dawson’s Creek, forse perché era la quintessenza del triangolo amoroso o perché i dialoghi erano molto costruttivi, intelligenti o perché aveva come protagonisti teen-agers come me, non creature soprannaturali o esponenti della borghesia newyorkese. Non sono mai stata una grande fan di The O.C. - lo ricordate? Quel famoso telefilm ambientato a Newport la perla dell’Orange County - proprio perché i protagonisti erano un po’ troppo costruiti e non rispecchiavano me stessa e le persone che ero abituata a frequentare. Ma lo guardavo lo stesso per i vestiti di Summer, le borse di Marissa, l’ironia di Seth (di Ryan non mi piaceva proprio nulla, anzi, lo trovavo insignificante) e soprattutto perché ero affascinata dall’Orange County. A scuola avevo imparato che la West Coast era differente dalla East Coast per modi di vivere, di vestire (vuoi anche un po’ il clima), di fare, ma non avevo idea che fossero tanto diverse. Toh, quante cose si possono imparare da un telefilm americano!

La mia prima volta negli USA è stata proprio a Los Angeles. Era il Febbraio del 2008, esattamente 5 anni fa, e per un progetto lavorativo mi trovai a fare il mio primo viaggio verso i tanto sognati Stati Uniti d’America. L’impatto fu molto… grande! 




L’aeroporto di Los Angeles, il LAX, è davvero grosso e anche le  Freeway lo sono: per ogni carreggiata ci sono almeno 4 corsie e c’è sempre traffico. Questo perché Los Angeles non ha una metropolitana e nemmeno i paesi limitrofi (Beverly Hills, Santa Monica, Malibu…) ce l’hanno, quindi l’auto è un must dal quale non si può prescindere. Ogni adolescente che si rispetti deve sfoggiarla il giorno stesso in cui compie il famigerato sedicesimo anno d’età (che poi mi chiedo: ma la patente quando la prende? Durante la notte?? Bah.) e magari parcheggiarla in uno dei cento parcheggi posti davanti alle high-school. Inoltre i californiani non amano guidare Smart, 500 oppure C2… no! Per carità! Strade grosse uguale macchine grossissime! Quindi la mia visuale era occupata a scorgere il paesaggio circostante attraverso la marea di Suv che passavano davanti a me, i Suv più grossi che esistono su questo pianeta, Suv dai nomi improponibili e dalla carrozzeria più disparata. Per muovermi avevo un Van, che ho capito essere il cugino diretto del Suv, perché è perfino più grosso.
Alloggiavo a Manhattan Beach, una cittadina molto carina poco distante da Santa Monica, presso lo Shade Hotel, un Luxury-Boutique-Hotel frequentato dall’elite della zona grazie alle serate lounge sviluppate sul Rooftop a bordo piscina. Lo so che magari poco vi interessa dell’albergo, ma su questo vale proprio la pena spendere due parole perché ha delle camere immense con vasca da bagno dalle luci-cromatiche poste ai piedi del letto, angolo bar in camera e vista sull’oceano Pacifico. Mica micio-micio bau-bau, eh? Se ci fossi andata di tasca mia, probabilmente avrei alloggiato in un ostello, a giudicare del prezzo dello Shade, ma a Los Angeles anche gli ostelli hanno la piscina sul tetto per cui… Brandina sotto ai ponti e tagliamo la testa al toro. 

Accanto allo Shade c’era Le pain quotidien, una catena di ristoranti belga, la cui particolarità era il cibo Organico. Ora, mi toccherebbe fare una digressione di due ore sull'importanza dell’Organic nella West Coast e sulla fissa dei californiani per il mangiare e vivere in maniera salutista, ma questo andrebbe a discapito del mio racconto per cui… Next time!
Dato che la mia destinazione era Las Vegas, avrei dovuto riposare per scrollarmi di dosso il jet leg, ma ero troppo curiosa di scrutare i dintorni, quindi feci due passi fino al molo (credo che tutte le città di mare della West Coast abbiano un molo) e mi divertii a vedere le persone che correvano, andavano in bici, prendevano il sole, facevano surf… A febbraio! Così mi ripromisi di fare tutte queste cose una volta tornata da Las Vegas (vabè, il surf era stato implicitamente escluso dalla mia to-do-list).








Los Angeles – Las Vegas attraverso il deserto del Nevada è stata un’esperienza memorabile, come già accennatovi qui precedentemente, ma ve ne parlerò in seguito.

Rientrai a Manhattan Beach dopo 4 giorni, ma gli impegni non erano finiti: avevo due giorni di lavoro pieni tra vari clienti della zona e la cosa mi entusiasmava, perché univo lavoro ad esplorazione. Alcuni clienti erano situati proprio nell’Orange County per cui una volta espletate pratiche burocratiche di meeting e conferenze, mi potei dedicare al paesaggio. Devo ammettere che era incantevole: case lussuosissime con piscine olimpioniche, giardini che sembravano foreste, vialetti interminabili e cancelli in stile fortezze rinascimentali. Davvero suggestivo, davvero lo specchio di quello che avevo visto tramite i famosi telefilm della mia adolescenza, ma anche molto lontano dalla mia realtà.

Lavoro a parte, gli unici momenti che potevo concedermi per bighellonare erano di sera. La prima di queste andai a Hollywood: era fine febbraio, due giorni dopo si sarebbero svolti i famosi Academy Awards, per cui volevo a tutti i costi immedesimarmi nell’americano medio che brama dalla voglia di vedere chi sono i vincitori e magari incontrare il proprio idolo per strada. Dapprima cenai in un ristorante di sushi paradisiaco, il Sushi Roku, e poi mi diressi sulla famosa Hollywood Walk-of-Fame




Due lunghissimi marciapiedi, che percorrono la Hollywood Boulevard e si estendono fino a Sunset Boulevar, costellati di stelle a cinque punte recanti i nomi dei più famosi esponenti dello star system americano (e non): si parte da Mel Brooks, passando per Cameron Diaz, Michael Jackson fino a David Guetta. C’è persino una stellina per Kermit la Rana dei Muppets (ah questi americani!).
Ad un certo punto arrivai davanti al Kodak Theatre dove ad accogliermi c’era una gigantesca statua del famoso omino dorato, meglio noto come premio Oscar. Sì, devo ammettere che ero emozionata! Sia ben chiaro, ho visto cose molto più belle ed emozionanti di questa statua color oro, ma il pensiero che dietro questo simbolo si celino film che hanno fatto la storia e che sono anche parte della mia storia, mi emozionò un bel po’. 




Passati gli Universal Studios mi diressi a Sunset Boulevard che pullulava di gente: attori, membri dello star-system, ragazzi con evidente conto in banca extra-large e curiosi, come me. I più fanatici giravano in limousine: ricordo gruppi di ragazze che urlavano dai finestrini della propria limo, scendevano davanti ai locali nei loro abiti che lasciavano ben poco all'immaginazione e sfoggiavano bottiglie di champagne delle griffe più disparate. Una sorta di Jersey Shore Hollywoodiano.
La seconda sera restai allo in hotel perché avevo pianificato il mio sabato tra sole, oceano e bicicletta. Quel venerdì c’era una degustazione di vini sul Rooftop a bordo piscina. Vini californiani, musica lounge e personaggi bizzarri che alternavano discorsi seri a risate fragorose tipiche di chi ha fatto una degustazione di troppo. Mi ritrovai a chiacchierare con una coppia della zona che sponsorizzava il vino californiano come migliore al mondo. Ora, glielo dite voi a questi due simpaticoni che io provengo dalla terra del Greco e del Taurasi? Cioè è come dire a un napoletano quanto è buona la pizza sugli Champs Elysee o a un romano che la coda alla vaccinara a Budapest è il meglio che possa esistere. Cioè, tanto di cappello alla Napa Valley, ma stiamo parlando di aria fritta! Poi feci amicizia con una ragazza fasciata in un mini-abito di lycra e gli ugg al piede, la quale mi faceva i complimenti su quanto fossi vestita bene (lo credo bene, anche la sottana e la ciabatta della nonna sono più intonati del fazzoletto abbinato agli ugg con quel caldo!). Ma alla fine era davvero simpatica.

L’indomani mi svegliai alla buon ora; colazione con coppa di yogurt, frutti di bosco e cereali in terrazza, un paio di ore di tintarella e via di corsa sulla mia bicicletta. Porto sempre abiti comodi in viaggio (scarpe da ginnastica in primis), perché è facile che mi venga per la testa di fare esperienze di questo tipo. 





Anche le piste ciclabili in California sono grosse e sono anche molto lunghe; attraversano tutti i paesi costieri e sono parallele a piste per fare jogging e alla spiaggia. Inoltre è facile trovare aree adibite a palestre-all’aperto. Ora capisco perché in quella parte del mondo sono tutti palestrati! Memorabile fu il primo incontro col bagnino Baywatch: era uguale a Mitch, pensavo davvero che fosse lui! Gli corsi in contro poi rinsavì quando ricordai che il vero Mitch doveva essere più che pensionato e magari a stento si reggeva in piedi. 





Percorsi due paesi in bicicletta, mi fermai a vedere i mercatini, comprai qualche souvenir e tornai in hotel super affamata. Nel pomeriggio fui di passaggio a Beverly Hills, cercai invano di scorgere il Peach Pit, il famoso locale ritrovo di Brandon, Dylan & Co. e poi, dato il delirio causato dagli imminenti Oscar, mi diressi a Merlose in un posto fantastico dove fare shopping all'aperto di nome The Grove






Cinque anni fa non esistevano posti simili in Italia, adesso già l’Outlet La Reggia sito alle porte di Napoli vi somiglia tantissimo. Solo che al The Grove ci sono cinema, teatri, ristoranti di varie etnie. Diciamo che gli outlet nostrani non sono anche così culture-friendly.
Svaligiati Abercrombie e Michael Kors (c’erano dei saldi allucinanti!) mi diressi nuovamente a Manhattan Beach, perchè intorno a LA cominciarono a chiudere tutte le strade per gli Oscar. A sera ero più morta che viva dalla stanchezza per cui andai a cenare in un ristorante messicano in zona, tra l’altro molto buono e poi di corsa a letto.
L’indomani dovetti concentrarmi sui bagagli: tra lo shopping di Merlose e le cavolate acquistate a Las Vegas, la mia valigia aveva seri problemi di peso. Pranzai a Santa Monica, percorsi tutta la Third Street Promenade (famosa per lo shopping e per gli artisti di strada) e piano piano mi diressi verso il LAX.

Dopo quell'esperienza ho ringraziato tanto i telefilm che hanno accompagnato la mia adolescenza per avermi avviata all’universo della West Coast, ma devo ammettere che questi ponevano in risalto sopratutto l’aspetto sfavillante, trendy e lussuoso della vita californiana. Frivolezze, abitudinarietà e fissazioni superflue erano ampiamente tralasciate. Ma questa è un’altra storia che, se vorrete, vi racconterò dopo. 
Per ora Bye bye LA! 
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